Book: Libya A Stone Gardens Country

Libia, giardini di pietra
Fotocolor, testi italiano inglese
Darf Publishers L.T.D. London 2004


English
Libya a stone garden country
Fotocolor, texts Italian and English
Darf Publishers L.T.D. London 2004
Six in the evening. A road sign indicates Ghadames. “90 km left,” groans the driver. He’s tired out. The road is good and fast. “But it’s just for this reason” he explains. The desert is calm, stillness, reflection, a state of mind… going fast is wearisome. A freshly-painted green sign shows Ghadames. I ask him to stop. “What for? There’s nothing to take a picture of.” I don’t know, really I don’t know why I am touching the sign; it’s new, brand new. Suddenly I feel a deep, ancestral homesickness. “90 km only, Ali?” He is fed up and remains silent. I jump into the car. Ali Suliman doesn’t utter a word. “Ali?….Ali?…” I call him to no avail. He lives in Nalut, on top of the Jebel Nafusah, in the new town, naturally. The old town has been deserted. I happened to see it some hours ago, a short stop during our journey from Tripoli to Ghadames. Ali took me to the interesting ‘qsar’ , the fortified barns of the Berber. “You see this amphora?” he would keep on saying, “it’s here that cereals were kept.” It’s a place burdened with memories. The cells were set one on top of the other up to six high. “And these,” he was pointing at the wooden beams stuck in the clay, “these are the steps.” I’ve only been in Libya one day and I’m already overwhelmed with memories. When I was in Italy, I’d been told that Libya is a country of memories. I expressed my thought to Ali, while he was showing me the violet colour inside an amphora, and he seemed somewhat angry, according to my best interpretation of a desert man’s expression. “Nalut is not a memory,” he said without another word. I apologised, even though I didn’t understand why. Not yet: I would have understood in a few days. This was the subdued voice I had been hearing inside my head since I first stepped off the plane in Tripoli. Not that I needed to apologize, my most serene Ali. But now it’s late, we’d better go. “It’s that sign,” I continued. No matter how pedantic I might look, I wanted to shake off my homesickness. “What about that sign?” Ali pays attention to me again and adds, “It’s brand new”. I assumed that it was just the contrast between the new and the writing of Ghadames – the pearl, the mythic and desired oasis for so many caravans – that confused me. But was the contrast real? Ali would say no. It was only a sign, telling us that it was 90km to Ghadames, and we were going in the right direction. In addition, the sign was useful, the newer the better. I was sure Ali would have answered like that, instead, all of sudden he points to the clouds: “Look at them carefully, they are leaden, still. There is silence. It seems that the sky holds its breath”. I keep silent, listening too. Ali stops the car; he gets out and sits on the sand, his eyes staring beyond the horizon. I’m confused, even embarrassed. All around the silence, a prelude to something about to happen, I think for an instant. But then I understand that it is like a presence, the silence like life, like breath. The clouds were there, mute, icy, dark and heavy. I wish some thunder or lightning, would break that silence, which reverberated like a scream to me.
It's sunset time in the desert: the echo of the
sleeping giant is turning red, pink, blue.
It's coming near.
Listen before it fades and silently makes way for the night.

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Sei della sera. Un cartello indica Gadames. -Ancora novanta chilometri- si lamenta l’autista. E’ stanco. La strada è buona e permette di correre, -Ma è proprio per questo- spiega lui. Il deserto è quiete, immobilità, riflessione. Lui quel ritmo ce l’ha nel sangue. A correre si sfinisce. Gadames. Gadames in un cartello verde riverniciato da poco. Gli chiedo di fermarsi, si arrabbia. -Che c’è da fotografare?- Chiede esausto. -Niente, è solo che…- in realtà non so cosa sia, perché io stia passando la mano su quel cartello. E’ nuovo. Nuovo di zecca. D’un tratto una nostalgia profonda, vecchia, ancestrale. -Soltanto novanta chilometri, Ali?- Non mi risponde neppure tanto è stufo. Salto in macchina. Dapprima Ali Suliman non mi parla. -Ali?- Faccio all’autista. -Ali?- Lui abita a Nalut, in cima alla scarpata del Jebel Nafusah, nella città nuova naturalmente. La vecchia è abbandonata. L’ho vista qualche ora fa. Breve sosta nel percorso da Tripoli a Gadames. Ali mi ha accompagnato all’affascinante qsar, granaio berbero fortificato. -Vede quest’anfora?- Continuava a dire ad ogni angolo. -E’ qui che stipavano i cereali-. E’ un luogo carico di memoria. Le cellette sono sovrapposte per un’altezza di sei piani. -E queste-, diceva indicando le travi di legno conficcate nell’argilla, -queste sono le scale-. Non ero in Libia che da un giorno, che già essa mi assaliva con i suoi ricordi. Me l’avevano detto prima che partissi dall’Italia, che la Libia era un paese di ricordi. Lo dissi ad Ali, mentre mi mostrava l’interno di una grossa anfora dalle venature viola. Si indignò quasi, per quel che posso capire dell’espressività di un uomo del deserto. -Nalut non è un ricordo-. Disse così e non aggiunse altro. Mi scusai, anche se ancora non sapevo esattamente bene di che. Non ancora, ma l’avrei capito, di lì a pochi giorni. Una voce sommessa si stava facendo strada dentro di me. Forse già da quando avevo messo il piede a terra all’aeroporto di Tripoli. Non c’era bisogno di scuse, mi tranquillizzava Ali, e comunque era davvero tardi. Dovevamo andare, o avremmo fatto tardi. -E’ quel cartello-. Continuo io. Il desiderio di scacciare quella strana nostalgia mi stava facendo diventare pedante. Cos’ha che non andava quel cartello? Mi dà finalmente retta Ali. -E’ nuovissimo-. Aggiunge. Compresi che era proprio quel contrasto a destabilizzarmi: un cartello stradale con una sfacciata patina di nuovo e quella scritta, Gadames, la perla, la mitica, l’agognata oasi di chissà quante carovane. Ma davvero c’era contrasto? Ali mi avrebbe risposto di no. Quello era solo un cartello e mancavano ancora 90 chilometri a Gadames. E noi stavamo andando proprio lì. E poi il cartello è una cosa in più, non in meno. Serve, ed è meglio se è nuovo. Avrebbe detto proprio così, ne sono certissimo, se gli avessi spiegato del contrasto. Invece tutto a un tratto mi indica le nuvole. -Guardale bene-. Mi dice. Sono plumbee, pesanti, ferme. C’è silenzio. -Sembra che il cielo stia trattenendo il respiro-, dico. Poi, finalmente, rimango zitto anch’io. In ascolto. Ali ferma la macchina. Scende e senza una parola si siede sulla sabbia, gli occhi fissi oltre l’orizzonte. Io rimango per un po’ così, imbambolato, incerto sul da farsi. Provo un lieve imbarazzo. Tutt’intorno un immenso silenzio, preludio di qualcosa, penso per un attimo. Non è così. Quel silenzio, eterno, vive per se stesso, respira, è presente, vivo. Adesso. Le nuvole erano lì, mute, glaciali, impenetrabili e cariche. Avrei voluto che un tuono o un fulmine lacerassero quel silenzio che stava diventando un urlo.
Il deserto è una traccia.
Il deserto si snoda sotto i miei occhi.
Mi abbandono ai colori. Caldi.
Alla sua voce fatta di silenzi.
Alle sue pietre, ai suoi granelli di sabbia.
All'orizzonte le prime dune.
Tutt'intorno, singolari pinnacoli rocciosi si ergono improvvisi come vedette solitarie:
"tamerici fossili" leggo sulla mia guida.
Segni. Passaggi del tempo. Fossili.
La guida mi scivola dalle mani.
La lascio dov'è. »

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