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LE STORIE SOGNATE

RACCONTARE STORIE...
Avevo 15 anni e sognavo ad occhi aperti, seguendo Alice e i suoi gatti, ascoltando il nuovo disco di De Gregori, cosa che per altro inquietava mia madre che poco capiva quelle liriche. Avevo gli occhi pieni di storie che un giorno forse avrei raccontato, la testa piena di ricordi e sogni, quelli che ti accompagnano sempre. Forse stavo imparando a trovare la mia voce, sicuramente mi è servito a trovare la mia fotografia ed uno stile. Nutritevi di storie se volete raccontare le vostre...

Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole
Mentre il mondo sta girando senza fretta
Irene al quarto piano è lì tranquilla
E si guarda nello specchio e accende un'altra sigaretta
E Lili Marlene, bella più che mai
Sorride e non ti dice la sua età
Ma tutto questo Alice non lo sa
"Ma io non ci sto più", gridò lo sposo e poi
Tutti pensarono dietro ai cappelli
"Lo sposo è impazzito oppure ha bevuto"
Ma la sposa aspetta un figlio e lui lo sa
Non è così che se ne andrà
[...]
E rimane lì a bagnarsi ancora un po'
E il tram di mezzanotte se ne va
Ma tutto questo Alice non lo sa
Alice guarda i gatti e i gatti girano nel sole
Mentre il sole fa l'amore con la luna
Il mendicante arabo ha qualcosa nel cappello
Ma è convinto che sia un portafortuna
Non ti chiede mai pane o carità
E un posto per dormire non ce l'ha
Ma tutto questo Alice non lo sa

Francesco De Gregori
Alice non lo sa 1973


photo
via Broletto, angolo Via Cusani - Milano 1991
stampa su cartoncino baritato ai sali d'argento

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LO SHOCK DEL FAMILIARE

IL MISTERO DEL MONDO E' IL VISIBILE NON L'INVISIBILE
Paesaggi tramontosi, gattini, modelle desnude, sono le immagini canoniche che ricorrono sui social dei photographers, poster da soggiorno e tazze ricordo. La loro funzione è semplice, non arrivano ai musei ma portano valanghe di "Like", non hanno nulla da rivelare ma sono rassicuranti. Non è facile sorprendere con una foto di un fiore, è già perfetto di suo e studiato a fondo. Se veramente volete stupire il vostro "fruitore", offritegli lo shock del "familiare" un'immagine diversa di un soggetto davanti al quale passa tutti i giorni. C'è la possibilità che non l'abbia mai visto così.

Una fotografia ha bordi, il mondo no.
Penso che i fotografi più seri comprendano che esiste un grande divario tra il mondo e come lo stesso appare attraverso una fotografia.
Stephen Shore


photo:
Eni S.P.A. Park Petroli, Venezia 2021

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LA CAMERA CHIARA

LA CAMERA CHIARA
Qualche tempo fa un fotografo, per sua ammissione alle prime armi, per spiegarmi il proprio punto di vista sul “fare fotografia” ebbe a citarmi l'immenso Roland Barthes e il famoso volumetto "La Camera Chiara". Mi fece una dotta disquisizione tra il “mi piace e non mi piace”, studium & punctum e la convinzione ferrea che il suo linguaggio fotografico avesse scientifica universalità. Ora probabilmente il nostro non aveva idea che la Camera Chiara è il testo sulla fotografia più riassunto citato, schematizzato e frainteso nel bene e nel male, e questo, di per sé, è già abbastanza ironico se si pensa all’insistenza con cui il suo autore dichiarò di volersi liberare con questo testo dall’approccio sistematico, amorfo e disincarnato, tipico del metodo scientifico. Ora io ammetto la mia ignoranza di “fotografo di provincia”: la camera chiara non è proprio un testo facile, e posso dire in tutta onestà di non averlo ancora capito a fondo dopo 40 anni di riletture! Mai lo citerei! Acquistai la prima edizione del 1980, quella con la foto di Niepce in copertina, e poi avendo prestato il volume, preso da sgomento profondo, corsi ad acquistarne una seconda copia 5 edizione 1989. Ora sono lì a portata di mano i due volumetti che, nonostante le infinite riprese, celano ancora molti segreti. Perché vi racconto questo? Per darvi un modesto consiglio: se da profani volete approcciarvi alla fotografia, che è certamente un fenomeno intimo ed inseparabile dalla sua intensità emotiva, forse varrebbe anche la pena di leggere testi più facili e che sicuramente vi daranno modo di coniugare i fondamenti emotivi con quelli del linguaggio fotografica portando il vostro fare fotografia ad un livello superiore. Ed anche di evitare di citare “ad caxxum” Roland Barthes a ogni piè sospinto. Poi se proprio volete - dovete citare l'immenso Barthes leggetevi "Frammenti di un discorso amoroso" potreste riuscire ad apprendere il lessico dell'innamorato e farne un buon uso...

Due titoli

BRIAN DILG
Perché ti piace questa foto?
La scienza della percezione applicata alla fotografia.
Gribaudo

AUGUSTO PIERONI
Leggere la fotografia.
Osservazione e analisi delle immagini fotografiche
Edizioni Edup

photo:
nella medina della città Sacra
Harar, Ethiopia 2009

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DAL CAOS ALLA COMPOSIZIONE DEGLI ELEMENTI VISIVI

LO SGUARDO SUL MONDO:
DAL CAOS ALLA COMPOSIZIONE DEGLI ELEMENTI VISIVI


Cerco ed ho sempre cercato una rappresentazione che risultasse pulita ed interessante senza andare a tutti i costi nel sensazionalismo. Una estetica che fosse legata a contenuti e ad una composizione rigorosa per linee luci ombre piani cromatismi. Questa cosa ha portato molti miei interlocutori a definire la mia fotografia come “reportage classico” Confesso che in molte di queste occasioni mi è parso di comprendere che fosse una critica elegante per definirmi “fotografo vecchio stile”, cosa che poi non ho mai ben capito cosa implicasse! Ora certa è la mia anagrafica ed anche il fatto che io abbia imparato a fotografare studiando il lavoro dei grandi negli anni ’80 del secolo scorso. Uno su tutti Salgado, ad iniziare dai suoi reportage in Africa negli anni ’80, quello sulla Sierra Pelada del 1986... Ora una cosa è sicura: pochi di questi avrebbero il coraggio di definire Salgado “fotografo vecchio stile”, per cui mi domando che senso avesse etichettare uno stile come vecchio o nuovo! C’è la fotografia, la narrativa, il cinema, il teatro… e come si rappresentano e si apprezzano i classici dopo 2000 anni e più si dovrebbe apprezzare anche il “reportage classico” se autoriale e fatto bene. O no? Detto questo anche vero che non mi sono convertito ai paesaggioni iper tecnologici (inflazionati e possibili solo con le nuove attrezzature digitali) stelle + tramonto + notturno e tanto meno alla street photography, anche se riguardando certi miei scatti di 20 anni fa… Ora sicuro è che viviamo un’epoca in cui tutti sono fotographerssss, e per la maggior parte fotografi di paesaggi cartolina o presunti street photographer, e in cui la confusione su cosa sia la buona fotografia è massima. Visto e considerato tutto ciò se mi è permesso darei un consiglio ai molti che vorrebbero fare qualche cosa di buono e che resti nel tempo. Consiglierei di spendere un poco di tempo per studiare la lezione dei “veri” grandi fotografi di paesaggio (Adams, Brandt, Weston, Fontana, Kenna…) e dei “veri” grandi street photographer (Meyerowitz, Friedlander, Winogrand, Gilden, Webb, Gruyaert, Ben Avraham…) La street quella vera non è fatta di immagini sottoesposte di 3 stop tutte ombre e zero soggetti. Tanto per evitare di passare alla storia come street photographer “ad minchiam”…

006_MG_4280.jpg001_MG_7573.jpg006_5D_3208.jpg002_5D_0999.jpg005_MG_7818.jpg003_MG_7041.jpg012.jpgIMG_0020.JPGazalai_001.jpg011Atakpame_Togo_2000.jpgfotoPratica011.jpg

ROLLING PANDAS

ROLLING PANDAS
IL PORTALE DEI VIAGGIATORI


Oggi sono stato intervistato da Rolling Pandas (www.rollingpandas.it) , qui potete leggere la mia intervista in cui ho parlato di viaggi passioni e molto altro...

"Ho viaggiato in più di 50 nazioni in alcune continuo a ritornare da anni, decine di volte. All’inizio fa partivo alla ricerca di mondi segreti per fotografare luoghi e persone celate ai più. Poi col passare del tempo ho avuto una grande intuizione: “La foto di un soggetto eccezionale non è automaticamente una foto eccezionale!” La fotografia è sempre irrimediabilmente infedele al suo soggetto, me ne sono reso conto 25 anni fa nella valle dell’Omo River in Etiopia, fotografando le etnie che li vivono. Mi sono reso conto che stavo “rifacendo” il lavoro che Angela Fisher e Carol Beckwith avevano fatto dieci anni prima. Loro avevano documentato, in modo serio ed elegante, le etnie del Sahara, del Maghreb, del Corno d’Africa; attraverso immagini rigorose che ci illustravano quelle popolazioni presentandoci i loro gioielli, abiti, le decorazioni corporali, le acconciature delle donne e degli uomini. Che senso aveva rifare queste immagini 10 anni dopo? Non si è “Fotografi” se si riproducono le stesse immagini già scattate da altri fotografi, senza attingere dalle proprie esperienze, senza una visione personale, se non si va oltre che al semplice click!"


Leggi il resto dell'intervista
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